Vale ancora la pena fare scienza, se il più potente paradigma conoscitivo che la storia umana abbia prodotto è intrecciato alle iniquità di capitalismo e colonialismo? Saperi situati affronta la questione da una collocazione precisa: l’etnosemiotica, in dialogo con la critica femminista della scienza. Il libro interroga i miti di un’oggettività che accompagna un’idea di purezza, neutralità e disinteresse della conoscenza, proponendone una concezione più forte: incarnata, storicamente situata, responsabile delle proprie procedure e capace di misurarsi con la resistenza del materiale. Entra così in gioco il corpo, non soltanto come oggetto analizzato, ma come condizione sensibile dell’analisi. Dalla genealogia dei miti che fondano i rapporti fra scienza, capitalismo e colonialismo, alla costituzione dell’oggetto semiotico, fino a una teoria della collocazione e dei possibili epistemici, il libro traccia le condizioni di una conoscenza critica, sperimentale e collettiva per le scienze umane. Una pratica che non si limiti a descrivere il mondo, ma che indichi le possibili traiettorie per la sua trasformazione.